Archive for the ‘In italiano’ Category

‘Questa è la Future-land!” — la conferenza stampa di Star Trek Beyond raccontata da una Trekkie riluttante

Friday, October 9th, 2015

For an English version of this article, published on the Huffington Post USA, click here.

« Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima. »

Comincio con l’ammettere che non mi considero una vera ‘Trekkie’ eppure sono cresciuta guardando la serie originale in tivù. Forse parte di me bambina si sentiva accettata nell’universo futuristico di Star Trek, oppure erano proprio l’emozioni che provavo vedendo un mondo del futuro, così diverso dal mio a Firenze, con quel piccolo televisore in bianco e nero che mi aveva regalato la nonna.

Penso però di averli visti tutti gli episodi della serie originale, che poi non è durata tanto a lungo, solo tre stagioni, come i veri ‘Trekkie’ saprebbero dirvi. Mi ricordo il bacio ‘proibito’ fra la afro-americana Uhura e il capitano Kirk, anche se a cinque anni per me i baci sembravano tutti un po’ una schifezza. Mi ricordo lo sguardo diabolico di Spock, che con le sue orecchie a punta era il mio personaggio favorito, e poi quei paesaggi lunari che assomigliavano tanto alle rocce della Sardegna, dove i miei mi portavano per le vacanze.

Ma poi, con la vita, i miei gusti sono cambiati. I baci non sono più fonte di ribrezzo, il televisore è una grande Smart TV a colori, i paesaggi non sono più quelli di Firenze o la Sardegna, e le vicende di Star Trek, in tutta la loro gloria, erano da lungo scomparse dal mio hit parade. Fino alla settimana scorsa, cioè.

Si, perché agl’inizi di ottobre mi sono ritrovata una delle fortunatissime partecipanti alla conferenza stampa di Star Trek Beyond, l’ultimo film della franchise che sarà nelle sale a luglio del 2016, e che al momento, stanno filmando a Dubai, negli Emirati Arabi. Con Idris Elba, Chris Pine, Zachary Quinto, Karl Urban, Anton Yelchin, lo scrittore e attore Simon Pegg, il regista Justin Lin, lo scrittore Douglas Jung e il produttore Jeffrey Chernov, ho passato una mattinata da incanto — un’incanto futuristico, fantascientifico.

Dentro una sala conferenze nel magnifico Burj Al Arab hotel, quell’iconico edificio a forma di vela che non scherza come visione architettonica futuristica, questo numeroso gruppo di talenti mondiali si è radunato per spiegare, e raccontare alla stampa la decisione di filmare Star Trek Beyond nella megalopolis di Dubai.

“Siamo andati in cerca del futuro e l’abbiamo trovato a Dubai!” Ha esclamato con entusiasmo il produttore Jeffrey Chernov poi continuando, “Missione impossibile 4 [Protocollo Fantasma, anche prodotto da Chernov e filmato in parte a Dubai] ci ha fatto capire come i film aiutano il turismo, il cinema aiuta le grandi città a crescere e svilupparsi, e questo a suo turno aiuta i filmmakers.”

Il chairman della Dubai Film and TV Commission, Jamal Al Sharif ha confermato questa fiducia nella città e l’ottimismo di Chernov dicendo, “qui alla Commission lavoriamo sodo per offrire un processo lavorativo che sia piacevole e facile, aiutando produzioni di ogni tipo e calibro. Questo senso di collaborazione fra tutte l’entità nazionali, case di produzione e fornitori rende Dubai una destinazione mondiale cinematografica unica al mondo.” Una situazione idilliaca che viene solo rinforzata dalla presenza del prestigioso Dubai International Film Festival a dicembre di ogni anno, l’unico evento del genere nella regione, e nel Medio Oriente.

Mentre pensavo che Idris Elba per me sarebbe stato la ‘highlight’ della conferenza stampa, devo dire che il silenzioso, contemplativo Chris Pine, che nei film di Star Trek interpreta Kirk, si è rivelato una piacevole sorpresa. Quando gli ho chiesto se credesse che il cinema fosse un ponte che ci può portare a comprendere altre culture, diverse da noi, Pine ha risposto con grazia, “l’arte è un bellissimo specchio, sia se guardiamo un dipinto, o siamo ad un concerto, o al cinema, quello che ci ritroviamo davanti è la nostra umanità. Siamo esseri umani. L’arte è la perfetta equalizzatrice, e c’insegna a celebrare le nostre similitudini, invece di notare le nostre differenze.

Comunque Elba, che ormai sono convinta senta dentro di se una sua colonna sonora personale, sensuale e ritmica, dal modo in cui prende possesso della sala nel momento che ci mette dentro piede, ha risposto anche lui in modo magnifico, “alcuni di noi, che siamo anche genitori, amiamo il cinema, e amiamo introdurre il cinema ai nostri figli. Ma vogliamo anche introdurli ad una certa cultura, per cui penso che sempre di più facciamo riferimento al medium per educare, e presentare altre culture in modo completo, giusto ed espressivo.”

Il co-scrittore, e anche co-star di Star Trek Beyond, Simon Pegg, ha aggiunto un’altra dimensione con la sua risposta, tirando in ballo proprio questo film, e la serie, “Star Trek è la massima espressione di questo [ponte]. Ovviamente, lottano alieni con i tentacoli, ma ha molto a che fare con questo ‘cultural bridging’, perché ci offre l’idea utopistica che sì, possiamo tutti vivere insieme, senza giudizi, senza pregiudizi, ed è una cosa fantastica. Un universo al quale dovremmo ambire, perché forse Star Trek ha molto da insegnarci… Immaginiamoci, se potessimo tutti andare d’accordo.”

Il momento più triste per me è stato quando Zachary Quinto ha parlato di Leonard Nimoy, che recentemente è venuto a mancare, “eravamo incredibilmente vicini, è stato come un padre per me,” ha confessato l’attore che interpreta Spock in Star Trek Beyond, il primo film dopo la morte di Nimoy. Quinto ha continuato dicendo, “sento l’importanza di questa responsabilità ora più che mai, perché Leonard ha sempre avuto un effetto così positivo e profondo su milioni di persone. In questo film, per me, c’è un’altra dimensione… Quella di rendere omaggio al mio caro amico, e continuare la sua ‘legacy’ che ha lavorato così sodo per creare.”

Alla fine, la frase chiave che hanno usato quasi tutti i giornalisti del golfo, e anche nel titolo dell’articolo di un collega dell’Hollywood Reporter, appartiene a Pine, che da vicino è veramente tutta un’altra cosa, credetemi, “mi piace sempre scoprire nuovi posti, e Dubai è una città stupenda. Stamattina mi sono svegliato, ho aperto le tende e guardando fuori ho scoperto quello che sarà il domani. Questa è ‘future-land’.”

Star Trek Beyond è programmato per una distribuzione mondiale dal 16 luglio 2016.

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The True Cost su L’HuffPost Italia

Thursday, June 4th, 2015

Per quelli che non mi conoscono, io sono bilingue. Parlavo l’italiano molto molto tempo prima che cominciassi mai a parlare inglese. Oggi, sono fiera di aver cominciato finalmente a scrivere nella mia lingua madre, e che alcuni dei miei articoli sono pubblicati su L’Huffington Post Italia. Che bello!

Cliccate sul link per leggere il blog in italiano sul film prodotto da Livia Firth, The True Cost (il vero prezzo). Non guarderete mai più un vestito nello stesso modo, ve lo garantisco.

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Zaytoun su L’Huffington Post Italia

Sunday, March 10th, 2013

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Questo articolo intitolato “Zaytoun: Un film come antidoto al veleno della violenza” è stato pubblicato su l’Huffington Post Italia. Per vedere il pezzo originale, cliccate qui.

Ho visto per la prima volta l’importantissimo nuovo film del regista israeliano Eran Riklis durante il festival del cinema a Toronto. Era sul mio radar personale da parecchio tempo, questo Zaytoun (“Olivo” in lingua araba) perché tutti i precedenti film di Riklis sono titoli che si trovano in posizioni alte sulla mia “hit parade” personale di film favoriti. Da Il giardino di limoni, a Il responsabile delle risorse umane, a La sposa siriana, Riklis racconta sempre storie oneste, semplici, ma piene di speranza per noi, la razza umana. Al di là di questo mondo diviso da una mentalità assurda come “loro contro noi”, Riklis offre una cinematografica boccata di aria fresca.

Alla proiezione di Zaytoun sono rimasta entusiasta — e in lacrime. A parte la chemistry fantastica fra i suoi due protagonisti, Stephen Dorff, sempre brillantemente minimalista nella sua interpretazione di Yoni, il pilota dell’aeronautica israeliana e Abdallah El Akal, l’attore giovanissimo ma ultra bravo nel ruolo di Fahed, il suo compagno di viaggio (umano e proprio) palestinese, Zaytoun offre una soluzione per i problemi del nostro mondo imperfetto. Sarò un’illusa, ma io vedo sempre nel cinema uno strumento per educare a rispettare anche quello che è strano e estraneo, diverso da noi.

Introducendo la presentazione del film a Toronto, il regista ha ammesso che a lui piace fare film che aiutano ad “eliminare l’ira e poi ci fanno riflettere e riesaminare”. Durante la nostra intervista, ho chiesto al gentile, e simpaticamente sexy Riklis se anche lui crede nel potere istruttivo dei film, data la sua predilezione per questo cinema con coscienza. Lui ha risposto che anche se “il cinema non può cambiare il mondo, i film ci possono far pensare”.

La trama di Zaytoun è semplice — una storia di due arcinemici che vengono uniti dal loro bisogno di tornare a casa. Per Yoni (Dorff) casa è lo stato riconosciuto dell’Israele, con una moglie incinta che lo aspetta, una casa, un lavoro affascinante, anche se pericoloso. Per Fahed (El Akal) invece casa è un villaggio che forse non esiste neanche più, una ricerca per la Palestina che non è più individuata sulle mappe mondiali, per piantare un albero che apparteneva alla sua famiglia quando vivevano lì, prima delle decisioni politiche che hanno cambiato la vita di tutti i Palestinesi.

Dietro le quinte, la storia di Zaytoun è altrettanto interessante. Scritto da Nader Rizq, uno scrittore Palestinese che ci ha messo vent’anni a vedere il suo lavoro portato sul grande schermo, diretto da un Israeliano, il film sembra mostrare per esempio come arrivare alla pace. Rizq e Riklis, che possono anche rappresentare Yoni e Fahed in qualche modo, sono stati uniti dal produttore inglese Gareth Unwin, vincitore dell’Oscar per Il discorso del re. A Toronto, il settembre scorso, il film è arrivato in seconda posizione per il desiderato “Audience Choice Award” cosa non facile considerando il numero di film di qualità che hanno partecipato a TIFF nel 2012.

Poi, dopo i festival, come anche quello del British Film Institute a Londra, i premi, e le lodi, il film sarà visto nei cinema di tanti paesi, fra cui Israele, Germania, Inghilterra, Olanda, Giappone, Turchia, Australia, Polonia, Francia, Svizzera, Finlandia, Scandinavia, Portogallo, Austria e Nuova Zelanda. Però negli USA e qui in Italia, il film non ha trovato distribuzione…

In America, il New York Times ha scritto un articolo riassunto dal festival del cinema di Dubai, dichiarando che la produttrice Cindy Le Templier ha detto “non vogliono vedere film sulla Palestina” riferendosi ai distributori nel mondo arabo. Quasi un pezzo che giustifica la scelta americana di ignorare un film così importante. Forse negli USA il film sembra scomodamente provare che la lotta senza fine fra i Palestinesi e gli Israeliani non è poi l’unica via.

Qui in Italia, dove il cinema mondiale è tanto amato, e i film più importanti degli ultimi anni sono stati distribuiti con grande successo, non capisco proprio che cosa sia accaduto. Tutti i distributori forse hanno letto quel pezzo sul Times? Comunque quello che so per sicuro è che noi, il pubblico, siamo pronti a messaggi sinceri, film fatti dal cuore e spettacoli con significato, diversi da quelle macchine mediatiche che masticano notizia solo per creare controversie. Quelle che forse non vogliono un film così insolito, così importantemente pacifico. O forse le conversazioni sono andate così: “Uno scrittore palestinese, ma chi lo va a vedere, e poi con un regista dell’Israele, come lo spieghiamo, è problematico il fatto” fra i direttori delle case di distribuzione che come giocatori di pallacanestro negati, hanno fatto cadere la palla.

Speriamo che un giorno, presto, lo possa rivedere al cinema in Italia almeno, questo film che a me mi ha cambiato la vita. OK, forse non la vita, ma la visione del mondo di sicuro.

Foto di Eitan Riklis ©2012, usata con permesso del fotografo

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Megli qui che lì, dico io!

Friday, August 3rd, 2012

Questi giorni mi sento molto fiera della mia Italia. OK, insomma non siamo il massimo per quanto riguarda la situazione economica, ma non siamo neanche la Spagna o la Grecia. Comunque il mio “pride” è per la cura e assoluta professionalità medica che ho trovato nel mio paese di nascita, in un momento di assoluto bisogno.

Però, come tutte le brave figlie, ho anche da criticare alcune cose della mia madre patria. Infatti, sto trovando una moda nei giornali e quotidiani d’Italia che mi lascia un po sconcertata: una mania per tutto quello che è “American”, un’irrazionale passione per New York, e ciò che proviene dalla Big Apple. Credo che i giornalisti responsabili per questi articoli di amore cieco siano forse un po verdi su quello che è veramente NYC.

Allora, cominciamo da esperienze molto, molto personali. New York è la città dove è meglio scordarsi di ammalarsi. Perchè se lo fai, lì, per sbaglio, puoi dimenticarti i tuoi diritti come essere umano, come anche tutti i soldi che hai lavorato sodo per conservarti. E a NYC si lavora, duro, sempre e senza tregua… Comunque, anche se dovessi avere “health insurance” l’ospedale dove sarai ricoverato troverà una scusa per fare dei test non coperti dalla tua polizza, oppure, in caso estremo ma successo a una persona molto vicina, ti metterà addosso uno stigma dal quale sarà impossibile liberarsi, causando al paziente di dover scappare dall’America disgustata. Si, io a lei l’ho dovuta RAPIRE da due, non uno ma DUE ospedali. Comunque, passiamo ad oltre prima che veramente m’incavolo.

Nella “bella” New York City, da tre anni, c’è inoltre un’invasione di ratti. Grandi come gatti, questi disgustosi animali scavano, ovunque e si costruiscono tane nei giardini più curati, trovando rifugio negli scantinati, e scorazzando senza pensieri nelle palazzine. Se sei fortunato, l’unico incontro che avrai con questa razza di Super-Rat sarà quando, tornando a casa tardi la sera, un di loro ti correrà fra i piedi, ignaro mentre si trasferisce da un mucchio di spazzatura a un altro. Se invece sei come me, e possiedi un piccolo pezzo di terra con un albero, dei fiori, che ami curare e gestire per rendere il mondo un po più bello, dovrai distruggere tutto, rimpiazzare i fiori con lastre di cemento, coprire la terra con reti di metallo fittissime per evitare che la tua oasi di verde diventi un inferno di ratti-babies, cadaveri puzzolenti e cacche/piscie tossiche. Tutto perchè il nostro caro sindaco non crede nella disinfestazione, dato che potrebbe far male a quelle due aquile che sopravvivono in città…

Martedì scorso ho letto un pezzo su La Repubblica, su Harlem, e come è diventata brillante, sicura ed elegante. Strano, ma la Harlem che conosco io, quella che vedo quando vado a trovare la mia amica che vive alla 116a strada, è ancora sporca, deserta e parecchio pericolosa. In più, non ci sono quelle “vetrate scintillanti” di cui parlavano nell’articolo, ma questa mia conoscente si lamenta di non poter trovare neanche un negozietto dove comprare una tazza di caffè la mattina. Certo, ci sono nuovi negozi sulla 125a strada, ma Harlem è rimasto Harlem, distruggendo il carattere vecchio, però non acquistando niente di nuovo. Tipico “Modus Operandi” degli Americani.

Il massimo è stato Federico Rampini, un corrispondente per La Repubblica, che scrive anche un bel blog e una column interessante intitolata “1450 Broadway” sul loro settimanale Venerdì. Ha scritto di un incontro con due donne per strada, sconosciute, che gli hanno sorriso e in quel momento si è sentito George Clooney. Beh, infatti il signor Rampini non è niente male, ma penso che per quelle due di NYC, ce ne siano almeno 50 e più a Roma pronte a sorridergli. Io personalmente non faccio girare più nessuno nella Big Apple, dato che tutti gli uomini sono così occupati a quardare il loro iPhone, tablets e Androids, ma a Roma faccio il volta-volta dai marciapiedi opposti.

Ma vai, ammettetelo, noi in Italia siamo SEMPRE meglio che gli Americani!

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Un pomeriggio a New York

Friday, June 15th, 2012

Un pomeriggio tranquillo, dopo tutto quello che abbiamo attraversato nelle ultime tre settimane. Sono andata a dormire un martedì sera normale, con idee creative per il giorno seguente, uomini che mi piacciono per la testa. Mi sono svegliata alle due di mercoledì in un altro mondo, uno difficile e pieno di lotte, di dolore, di fatica e lavoro per riacquistare la normalità ormai diventata un sogno lontano. Penso sempre alla nostra passeggiata martedì pomeriggio, come l’ultimo momento di serenità per un lungo, lungo tempo. Beh, questa è la vita, no?!

Ma oggi il tempo è asciutto e c’è un solleone stupendo, fa sembrare questa New York — che ormai è diventata un simbolo per me di tutto quello che non funziona nel mondo — quasi bella. Quasi.

E per premio penso proprio di mangiarmi un bel gelato, quello di Trader Joe’s che si chiama S’Mores. Sono sandwiches inspirati da quelle cose favolose e tipicamente americane, le S’Mores: un graham cracker, un biscotto croccante con lieve tocco di cannella, le marshmallows riscaldate sul fuoco fino a che si sciolgono, e la cioccolata al latte, che ovviamente si fonde appena incontra le marshmallows calde, sul cracker. Yum. E il gelato è tutto questo e molto, molto di più.

Tanto che lo mangerò proprio ora, alle 4 del pomeriggio, senza aver bisogno di una ragione — e non mi sentirò per niente “guilty”. Anzi, abbastanza contenta che mi rimangono ancora dei momenti così piacevoli, anche nella bufera che sembra la mia vita in questo momento.

Un bridisi gelato che tutto questo presto finisca, Insha’Allah.

Top image courtesy of whatsgoodattraderjoes.com

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Il volto del coraggio: intervista esclusiva a Roberto Saviano

Thursday, May 10th, 2012

Roberto Saviano è un giornalista italiano, autore del romanzo basato su fatti reali Gomorra (pubblicato da Farrar, Straus and Giraux) che fino ad oggi ha venduto oltre 10 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in 54 lingue e nel 2008 è stato trasformato in un film vincitore di vari premi. Il libro di Saviano è uno sguardo coinvolgente nei meandri della mafia napoletana, la Camorra, nome che ha spesso risuonato in tutto il mondo a causa dei lunghi tentacoli del crimine organizzato. Poco dopo che le vendite di Gomorra avevano raggiunto le 100.000 copie nel 2006, la vita di Saviano è stata minacciata e lui è stato costretto a nascondersi. Nell’autunno del 2011, ha segretamente tenuto un corso universitario sulla mafia presso l’Università di NY. L’ho incontrato durante la sua ultima mattinata nella Grande Mela e, in circa due ore, Saviano ha generosamente condiviso la sua visione su NY, la vita giornaliera con scorta al seguito, Occupy Wall Street, l’11 settembre, la sessualità nella mafia e, naturalmente, Gomorra.

Sulla metropolitana di NY mentre mi reco ad incontrare Roberto Saviano, mi assale una sensazione inquietante. Mi ricordo di quanto fosse stato difficile per altri giornalisti fissare un’intervista con l’elusivo scrittore, a causa della logistica a cui deve sottostare chi vive nascosto – incontri annullati per comunicazioni mancate, indicazioni sbagliate per raggiungere determinati luoghi e imbarazzanti perquisizioni. Eppure per me, tutto sembrava essere stato organizzato miracolosamente in meno di 12 ore, con l’aiuto di un angelo sceso in terra del quale non svelerò l’identità.

“Che succede se è tutta una messa in scena?” mi chiedo, e già mi assale quella stessa paranoia che Saviano deve considerare come una compagna di vita quotidiana, dopo la pubblicazione cinque anni fa del suo libro accattivante e rivelatore.

Devo incontrare Saviano in un’abitazione privata del centro. Ho ricevuto istruzioni su quale citofono premere, e lui mi farà entrare personalmente. È tutto qui? Prendo qualche momento per ricompormi e scansare via la mia immaginazione cinematografica esagerata, ma mi viene in mente un paragrafo di Gomorra su come sia meglio (nel senso, più veloce e pulito) morire con un colpo di pistola sparato in testa piuttosto che uno al cuore. Una volta sul luogo, vedo un’auto-civetta parcheggiata fuori, e mi ricordo di aver passato un gruppo di poliziotti in impermeabile che fumavano le loro sigarette gironzolando appena in fondo al blocco. Una vista benvenuta, e quando sento nel citofono la voce inconfondibile, sicura di sé stessa e gentile di Saviano, quell’italiano con appena un leggero tratto di accento napoletano che basta a renderla sexy, ogni traccia di apprensione si scioglie via.

In persona, Saviano è allo stesso tempo intenso e amichevole, magro, in forma. Ha 32 anni ed è attraente, come solo qualcuno che ha dedicato la propria vita a scoprire la verità puo’ essere. Dietro i suoi occhi accattivanti c’è un pozzo infinito di informazione affascinante. Eppure non da mai l’impressione di sapere tutto, anche se io sono convinta che lo sappia, ma piuttosto lascia spazio ad un dialogo reciproco e spontaneo di culture, città, vite ed esperienze.

Il 13 ottobre 2006, mentre si trovava su un treno da Pordenone a Napoli, Roberto Saviano ha ricevuto una telefonata che gli ha cambiato la vita. Erano i carabinieri italiani, che lo informavano che “c’era stata una serie di confessioni da parte di criminali pentiti, come anche di telefonate intercettate, che una volta analizzate avevano reso palese che io dovevo essere eliminato” rivela tranquillamente. “Ricordo che era un venerdì’”, continua, “ho riso, ho detto loro che non era possibile, ma quando sono arrivato alla stazione di Napoli, i carabinieri erano venuti lì a prendermi, e da allora non sono più andato in giro senza protezione”. Saviano era diventato un uomo marcato a morte dalla Camorra, anche detto “Il Sistema”. Oggi viaggia con una scorta armata di cinque più due, sette carabinieri, ed è continuamente spostato tra “posti assurdi, caserme, luoghi strani e isolati”. Ammette, senza un accenno di autocommiserazione, che è diventata “la mia condanna a vita, ho vissuto così gli scorsi 5 anni. A volte è stato impossibilmente difficile…impossibile”. Fa girare un paio di volte il suo spesso anello sull’indice sinistro, in modo calmo.

Salman Rushdie e Orhan Pamuk l’hanno avuta facile rispetto a questo giornalista di Casal di Principe con una passione per l’onestà. Perché i leader religiosi muoiono, le leggi nazionali possono essere cambiate, ma la Camorra è qui per restarre, sempre presente, passando da un boss all’altro e sempre in attesa. Chiunque viene da Napoli e dintorni impara questa verità insieme all’ABC. Se possiedi un negozio, paghi un po’ ogni mese come protezione, giusto per evitare che venga messo a fuoco. Se per far andare avanti la tua fabbrica devi per forza essere un compagno scomodo per la Camorrra, ne neghi direttamente la stessa esistenza.

La negazione è anche la prima linea di difesa usata dagli avvocati dei boss accusati durante i processi alla mafia. Il loro punto è sempre che “la Camorra non esiste” e che le morti, i corpi, persino le faide familiari sono causati dalla “violenta cultura del territorio, e da rivalità tra famiglie”. Durante il piu grande processo italiano alla mafia degli ultimi 20 anni, il maxi processo Spartacus, l’avvocato dei due boss accusati, Antonio Iovine e Francesco Bidognetti, ha annotato come parte della difesa che Saviano, insieme a un magistrato, avrebbe dovuto essere ritenuto “personalmente responsabile per la condanna di questi uomini, perché hanno influenzato il processo con il loro uso dei media”. Saviano descrive quella condanna come un “momento davvero buio” della sua vita, in quanto fu anche il periodo, circa un anno e mezzo fa, in cui l’allora primo ministro Silvio Berlusconi dichiarò che [Saviano] aveva diffamato l’Italia nel mondo con il libro Gomorra.

Saviano allora fa una domanda, quasi a sé stesso. “Io avevo 26 anni quando sono finito sotto scorta. Perché la Camorra se la prese così tanto?” Solo per poi darsi subito una risposta da solo “la mia colpa era questa, di aver detto quelle storie che erano gia lì, nella narrativa criminale, sui giornali, in documenti giudiziari e in migliaia di altri libri, ma attraverso il mio stile, che non è fiction, è scritto come un romanzo ma con fatti veri. Nel mondo di oggi” continua “non è l’informazione in sé stessa che disturba, perche tutto viene detto, tutto va e viene, è molto difficile che qualcosa resti un segreto; ma la vera sfida sta nel passare questa informazione al pubblico, farla diventare un soggetto di cui le persone parlano, discutono, ripetono e vogliono capire meglio”. È esattamente quello che Gomorra ha fatto, e dopo la sua pubblicazione, la Camorra non poteva più essere ignorata, o ignorare. Saviano non appare tormentato quando dice, “pensavano di potermi distruggere, questo ragazzetto dalla loro città, e in 48 ore tutto sarebbe stato dimenticato”. Dopo tutto, avevano già ammazzato migliaia di cittadini “scomodi”, avevano persino sparato a un prete, Don Peppino (Giuseppe) Diana nella sua stessa chiesa, e se l’erano cavata. Era stata la violenta morte di Don Peppino, quando Saviano aveva solo 16 anni, ad ispirare la sua missione, a svelare un mondo che la maggior parte preferisce lasciare sepolto sotto le tonnellate di spazzatura illegale, droga trafficata e denaro sporco, che sono al cuore della Camorra.

“È importante capire che la malavita organizzata non ti uccide con proiettili o dinamite. Prima o poi riescono ad annientare la tua credibilità.” E continua: “Quando Don Peppino venne assassinato, nel giro di 24 ore la Camorra fece girare la voce che fosse stato ucciso per via di un giro di donne e armi”. Saviano non è immune a questo tipo di distruzione di un personaggio e mi indica su YouTube i numerosissimi video di ragazzini di Casal di Principe che al sentir nominare Roberto Saviano si scatenano in una valanga di epiteti dialettali, definendolo “una fogna, un assassino, un tossico, un bugiardo che ha distrutto la nostra città”.

Sebbene Saviano sia stato privato della sua libertà, riesce comunque a mantenere intatta la sua credibilità e, nonostante tutto, non ha smesso di vivere. Il tempo che avrebbe potuto spendere con amici e familiari, lo impiega in compagnia della sua scorta e di testi importanti, tra cui Curzio Malaparte, storici del calibro di Tony Judt e Walter Benjamin, nonché filosofi greci.
Le semplici cose che diamo per scontate, come fare la spesa in negozi Italiani su Arthur Avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di WIlliamsburg, per lui rappresentano un lusso estremo.

Il soggiorno segreto di Saviano a NYC e la sua presenza alla New York University sono stati organizzati con l’aiuto della Scholars at Risk. Una volta Oriana Fallaci dichiarò che tutti coloro che arrivano a NYC sono dei “fuggitivi” e Saviano lo conferma sostenendo che “New York è una città piena di persone che fuggono da realtà orribili”. Presso la NYU, Saviano ha insegnato sotto falso nome, i suoi studenti hanno dovuto giurare all’università che avrebbero mantenuto il segreto e non c’è stato alcun accenno su Twitter o Facebook alla presenza di questo eroico scrittore nella Grande Mela. In quest’epoca di continui aggiornamenti e chiacchiere virtuali, le scuole – è stato brevemente anche a Princeton – si sono appellate a quello che Saviano chiama il “codice d’onore degli studenti”.

Infatti, nessuno sapeva della presenza di Saviano a New York fino alla sua apparizione allo Zuccotti Park il 19 Novembre scorso, per dare un discorso a favore del movimento Occupy Wall Street. Mentre considera l’arrivo di quello che lui chiama il “Generale Inverno” come la più grande sfida da affrontare per il movimento OWS, Saviano riflette sull’iniziativa definendola “bellissima” e dichiara: “Per me, la giornata trascorsa a Zuccotti Park ha significato libertà, è stata la prima volta che ho messo via la mia seconda identità e sono ritornato ad essere Roberto Saviano, il che è stato di per sé significativo; ma ancora di più, il movimento OWS raduna e celebra la diversità, dove democratici, repubblicani, chassidici, atei e giovani religiosi sono tutti uniti nella convinzione che l’economia sta distruggendo le regole basilari della democrazia.

L’anniversario dell’ 11 Settembre è stato un altro momento rivelatore per Saviano, poiché “in Italia non parliamo mai delle centinaia di italo-americani che hanno perso la vita in quell’attentato”. Ciò che lo ha colpito di più fu una donna che, durante la cerimonia, dedicò a sua figlia una frase in Inglese per poi istintivamente scoppiare a piangere in Italiano: “Laura mi manchi così tanto, sei sempre nel mio cuore!”.

Saviano non smette mai di sorprendermi, quest’uomo che in Gomorra ha scritto frasi come “in guerra non è possibile amare, avere legami, relazioni, perché tutto può diventare un punto di debolezza”.
Eppure, la forza di Saviano sembra proprio giacere nella sua capacità di provare sentimenti, amare la sua Italia, il suo mondo, e così tanto da rinunciare alla sua libertà.

Per quei critici che possono aver pensato che Gomorra fosse allo stesso tempo il romanzo d’esordio e il canto del cigno del giovane scrittore, Saviano ha  da allora scritto anche “La Bellezza e l’Inferno” (vincendo nel 2010 il premio di saggistica European Book Prize), uno sguardo alla sua vita da quando si trova sotto costante protezione. L’anno scorso ha anche co-diretto il seguitissimo programma televisivo Vieni Via Con Me, una denuncia dell’Italia di oggi, il cui successo strepitoso è stato attribuito da Saviano stesso ad uno “speciale momento, che potrebbe non capitare mai più, in cui l’Italia ha avuto bisogno di storie e non di alterchi”.

Sebbene abbia scelto un altro percorso, Saviano comprende cosa spinge i giovani di oggi verso la mafia, nel modo profondo e personale di qualcuno che condivide con essi luogo di nascita e esperienze di vita. Le regole relative alla sessualità all’interno della Camorra non si distinguono molto da quelle di altre associazioni criminali internazionali. Saviano racconta: “La sessualità ricopre un aspetto fondamentale della vita mafiosa, tutto gira intorno all’essere un macho ed è così anche che fanno sentire un ragazzo un ‘mafioso’. Poiché all’inizio i soldi non sono molti, finiscono per passare venti ore su un motorino…ma riescono comunque a rimorchiare le ragazze, grazie al fatto che girano armati e appaiono così pericolosi e attraenti.

“Innegabilmente, il mondo della criminalità affascina” confessa, “ed è inutile negarne il potenziale seduttivo, sarebbe come stare al loro gioco”.

Ha poi scelto tre parole per descrivere se stesso: “malinconico, non so come trovare un po’ di felicità nella mia vita, empatico e appassionato”, per poi aggiungere “diffidente, di questi tempi non mi fido di nessuno. Nessuno”.

Sente la nostalgia dei cieli azzurri della sua amata Napoli, delle estati trascorse a Paestum nel Tempio di Nettuno e se potesse scegliere un qualsiasi posto nel mondo per trascorrerci un pomeriggio, andrebbe a Borgo Marinaro. Le sue papille gustative reclamano “il soffritto”, un sostanzioso condimento a base di carne che, giura, è “divino” con gli spaghetti. Ama le luci di NYC, che sente come fosse casa sua più di tanti altri posti dove si è trovato a stare recentemente e confessa che, molto probabilmente, sentirà la mancanza di Washington Square Park una volta rientrato in Italia.

Dopo il nostro incontro, mi trovo a girovagare per il centro di Manhattan con un nuova sensazione, grazie ad un uomo che, solo per un paio di mesi, ha fatto di questa città la sua casa e la conosce già molto più di me. Finalmente capisco cosa intende Saviano quando ammette “mi piace la letteratura che mi travolge, piuttosto che quella che mi aiuta ad evadere”, poiché so già che, dopo una mattinata spesa con lui e il suo libro Gomorra, non sarò più in grado di pensare a nient’altro per molto tempo ancora.

[Articolo originale "The Face of Courage: An Exclusive Interview With Roberto Saviano" di E. Nina Rothe su Huffington Post USA]

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