Il volto del coraggio: intervista esclusiva a Roberto Saviano

Roberto Saviano è un giornalista italiano, autore del romanzo basato su fatti reali Gomorra (pubblicato da Farrar, Straus and Giraux) che fino ad oggi ha venduto oltre 10 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in 54 lingue e nel 2008 è stato trasformato in un film vincitore di vari premi. Il libro di Saviano è uno sguardo coinvolgente nei meandri della mafia napoletana, la Camorra, nome che ha spesso risuonato in tutto il mondo a causa dei lunghi tentacoli del crimine organizzato. Poco dopo che le vendite di Gomorra avevano raggiunto le 100.000 copie nel 2006, la vita di Saviano è stata minacciata e lui è stato costretto a nascondersi. Nell’autunno del 2011, ha segretamente tenuto un corso universitario sulla mafia presso l’Università di NY. L’ho incontrato durante la sua ultima mattinata nella Grande Mela e, in circa due ore, Saviano ha generosamente condiviso la sua visione su NY, la vita giornaliera con scorta al seguito, Occupy Wall Street, l’11 settembre, la sessualità nella mafia e, naturalmente, Gomorra.

Sulla metropolitana di NY mentre mi reco ad incontrare Roberto Saviano, mi assale una sensazione inquietante. Mi ricordo di quanto fosse stato difficile per altri giornalisti fissare un’intervista con l’elusivo scrittore, a causa della logistica a cui deve sottostare chi vive nascosto – incontri annullati per comunicazioni mancate, indicazioni sbagliate per raggiungere determinati luoghi e imbarazzanti perquisizioni. Eppure per me, tutto sembrava essere stato organizzato miracolosamente in meno di 12 ore, con l’aiuto di un angelo sceso in terra del quale non svelerò l’identità.

“Che succede se è tutta una messa in scena?” mi chiedo, e già mi assale quella stessa paranoia che Saviano deve considerare come una compagna di vita quotidiana, dopo la pubblicazione cinque anni fa del suo libro accattivante e rivelatore.

Devo incontrare Saviano in un’abitazione privata del centro. Ho ricevuto istruzioni su quale citofono premere, e lui mi farà entrare personalmente. È tutto qui? Prendo qualche momento per ricompormi e scansare via la mia immaginazione cinematografica esagerata, ma mi viene in mente un paragrafo di Gomorra su come sia meglio (nel senso, più veloce e pulito) morire con un colpo di pistola sparato in testa piuttosto che uno al cuore. Una volta sul luogo, vedo un’auto-civetta parcheggiata fuori, e mi ricordo di aver passato un gruppo di poliziotti in impermeabile che fumavano le loro sigarette gironzolando appena in fondo al blocco. Una vista benvenuta, e quando sento nel citofono la voce inconfondibile, sicura di sé stessa e gentile di Saviano, quell’italiano con appena un leggero tratto di accento napoletano che basta a renderla sexy, ogni traccia di apprensione si scioglie via.

In persona, Saviano è allo stesso tempo intenso e amichevole, magro, in forma. Ha 32 anni ed è attraente, come solo qualcuno che ha dedicato la propria vita a scoprire la verità puo’ essere. Dietro i suoi occhi accattivanti c’è un pozzo infinito di informazione affascinante. Eppure non da mai l’impressione di sapere tutto, anche se io sono convinta che lo sappia, ma piuttosto lascia spazio ad un dialogo reciproco e spontaneo di culture, città, vite ed esperienze.

Il 13 ottobre 2006, mentre si trovava su un treno da Pordenone a Napoli, Roberto Saviano ha ricevuto una telefonata che gli ha cambiato la vita. Erano i carabinieri italiani, che lo informavano che “c’era stata una serie di confessioni da parte di criminali pentiti, come anche di telefonate intercettate, che una volta analizzate avevano reso palese che io dovevo essere eliminato” rivela tranquillamente. “Ricordo che era un venerdì’”, continua, “ho riso, ho detto loro che non era possibile, ma quando sono arrivato alla stazione di Napoli, i carabinieri erano venuti lì a prendermi, e da allora non sono più andato in giro senza protezione”. Saviano era diventato un uomo marcato a morte dalla Camorra, anche detto “Il Sistema”. Oggi viaggia con una scorta armata di cinque più due, sette carabinieri, ed è continuamente spostato tra “posti assurdi, caserme, luoghi strani e isolati”. Ammette, senza un accenno di autocommiserazione, che è diventata “la mia condanna a vita, ho vissuto così gli scorsi 5 anni. A volte è stato impossibilmente difficile…impossibile”. Fa girare un paio di volte il suo spesso anello sull’indice sinistro, in modo calmo.

Salman Rushdie e Orhan Pamuk l’hanno avuta facile rispetto a questo giornalista di Casal di Principe con una passione per l’onestà. Perché i leader religiosi muoiono, le leggi nazionali possono essere cambiate, ma la Camorra è qui per restarre, sempre presente, passando da un boss all’altro e sempre in attesa. Chiunque viene da Napoli e dintorni impara questa verità insieme all’ABC. Se possiedi un negozio, paghi un po’ ogni mese come protezione, giusto per evitare che venga messo a fuoco. Se per far andare avanti la tua fabbrica devi per forza essere un compagno scomodo per la Camorrra, ne neghi direttamente la stessa esistenza.

La negazione è anche la prima linea di difesa usata dagli avvocati dei boss accusati durante i processi alla mafia. Il loro punto è sempre che “la Camorra non esiste” e che le morti, i corpi, persino le faide familiari sono causati dalla “violenta cultura del territorio, e da rivalità tra famiglie”. Durante il piu grande processo italiano alla mafia degli ultimi 20 anni, il maxi processo Spartacus, l’avvocato dei due boss accusati, Antonio Iovine e Francesco Bidognetti, ha annotato come parte della difesa che Saviano, insieme a un magistrato, avrebbe dovuto essere ritenuto “personalmente responsabile per la condanna di questi uomini, perché hanno influenzato il processo con il loro uso dei media”. Saviano descrive quella condanna come un “momento davvero buio” della sua vita, in quanto fu anche il periodo, circa un anno e mezzo fa, in cui l’allora primo ministro Silvio Berlusconi dichiarò che [Saviano] aveva diffamato l’Italia nel mondo con il libro Gomorra.

Saviano allora fa una domanda, quasi a sé stesso. “Io avevo 26 anni quando sono finito sotto scorta. Perché la Camorra se la prese così tanto?” Solo per poi darsi subito una risposta da solo “la mia colpa era questa, di aver detto quelle storie che erano gia lì, nella narrativa criminale, sui giornali, in documenti giudiziari e in migliaia di altri libri, ma attraverso il mio stile, che non è fiction, è scritto come un romanzo ma con fatti veri. Nel mondo di oggi” continua “non è l’informazione in sé stessa che disturba, perche tutto viene detto, tutto va e viene, è molto difficile che qualcosa resti un segreto; ma la vera sfida sta nel passare questa informazione al pubblico, farla diventare un soggetto di cui le persone parlano, discutono, ripetono e vogliono capire meglio”. È esattamente quello che Gomorra ha fatto, e dopo la sua pubblicazione, la Camorra non poteva più essere ignorata, o ignorare. Saviano non appare tormentato quando dice, “pensavano di potermi distruggere, questo ragazzetto dalla loro città, e in 48 ore tutto sarebbe stato dimenticato”. Dopo tutto, avevano già ammazzato migliaia di cittadini “scomodi”, avevano persino sparato a un prete, Don Peppino (Giuseppe) Diana nella sua stessa chiesa, e se l’erano cavata. Era stata la violenta morte di Don Peppino, quando Saviano aveva solo 16 anni, ad ispirare la sua missione, a svelare un mondo che la maggior parte preferisce lasciare sepolto sotto le tonnellate di spazzatura illegale, droga trafficata e denaro sporco, che sono al cuore della Camorra.

“È importante capire che la malavita organizzata non ti uccide con proiettili o dinamite. Prima o poi riescono ad annientare la tua credibilità.” E continua: “Quando Don Peppino venne assassinato, nel giro di 24 ore la Camorra fece girare la voce che fosse stato ucciso per via di un giro di donne e armi”. Saviano non è immune a questo tipo di distruzione di un personaggio e mi indica su YouTube i numerosissimi video di ragazzini di Casal di Principe che al sentir nominare Roberto Saviano si scatenano in una valanga di epiteti dialettali, definendolo “una fogna, un assassino, un tossico, un bugiardo che ha distrutto la nostra città”.

Sebbene Saviano sia stato privato della sua libertà, riesce comunque a mantenere intatta la sua credibilità e, nonostante tutto, non ha smesso di vivere. Il tempo che avrebbe potuto spendere con amici e familiari, lo impiega in compagnia della sua scorta e di testi importanti, tra cui Curzio Malaparte, storici del calibro di Tony Judt e Walter Benjamin, nonché filosofi greci.
Le semplici cose che diamo per scontate, come fare la spesa in negozi Italiani su Arthur Avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di WIlliamsburg, per lui rappresentano un lusso estremo.

Il soggiorno segreto di Saviano a NYC e la sua presenza alla New York University sono stati organizzati con l’aiuto della Scholars at Risk. Una volta Oriana Fallaci dichiarò che tutti coloro che arrivano a NYC sono dei “fuggitivi” e Saviano lo conferma sostenendo che “New York è una città piena di persone che fuggono da realtà orribili”. Presso la NYU, Saviano ha insegnato sotto falso nome, i suoi studenti hanno dovuto giurare all’università che avrebbero mantenuto il segreto e non c’è stato alcun accenno su Twitter o Facebook alla presenza di questo eroico scrittore nella Grande Mela. In quest’epoca di continui aggiornamenti e chiacchiere virtuali, le scuole – è stato brevemente anche a Princeton – si sono appellate a quello che Saviano chiama il “codice d’onore degli studenti”.

Infatti, nessuno sapeva della presenza di Saviano a New York fino alla sua apparizione allo Zuccotti Park il 19 Novembre scorso, per dare un discorso a favore del movimento Occupy Wall Street. Mentre considera l’arrivo di quello che lui chiama il “Generale Inverno” come la più grande sfida da affrontare per il movimento OWS, Saviano riflette sull’iniziativa definendola “bellissima” e dichiara: “Per me, la giornata trascorsa a Zuccotti Park ha significato libertà, è stata la prima volta che ho messo via la mia seconda identità e sono ritornato ad essere Roberto Saviano, il che è stato di per sé significativo; ma ancora di più, il movimento OWS raduna e celebra la diversità, dove democratici, repubblicani, chassidici, atei e giovani religiosi sono tutti uniti nella convinzione che l’economia sta distruggendo le regole basilari della democrazia.

L’anniversario dell’ 11 Settembre è stato un altro momento rivelatore per Saviano, poiché “in Italia non parliamo mai delle centinaia di italo-americani che hanno perso la vita in quell’attentato”. Ciò che lo ha colpito di più fu una donna che, durante la cerimonia, dedicò a sua figlia una frase in Inglese per poi istintivamente scoppiare a piangere in Italiano: “Laura mi manchi così tanto, sei sempre nel mio cuore!”.

Saviano non smette mai di sorprendermi, quest’uomo che in Gomorra ha scritto frasi come “in guerra non è possibile amare, avere legami, relazioni, perché tutto può diventare un punto di debolezza”.
Eppure, la forza di Saviano sembra proprio giacere nella sua capacità di provare sentimenti, amare la sua Italia, il suo mondo, e così tanto da rinunciare alla sua libertà.

Per quei critici che possono aver pensato che Gomorra fosse allo stesso tempo il romanzo d’esordio e il canto del cigno del giovane scrittore, Saviano ha  da allora scritto anche “La Bellezza e l’Inferno” (vincendo nel 2010 il premio di saggistica European Book Prize), uno sguardo alla sua vita da quando si trova sotto costante protezione. L’anno scorso ha anche co-diretto il seguitissimo programma televisivo Vieni Via Con Me, una denuncia dell’Italia di oggi, il cui successo strepitoso è stato attribuito da Saviano stesso ad uno “speciale momento, che potrebbe non capitare mai più, in cui l’Italia ha avuto bisogno di storie e non di alterchi”.

Sebbene abbia scelto un altro percorso, Saviano comprende cosa spinge i giovani di oggi verso la mafia, nel modo profondo e personale di qualcuno che condivide con essi luogo di nascita e esperienze di vita. Le regole relative alla sessualità all’interno della Camorra non si distinguono molto da quelle di altre associazioni criminali internazionali. Saviano racconta: “La sessualità ricopre un aspetto fondamentale della vita mafiosa, tutto gira intorno all’essere un macho ed è così anche che fanno sentire un ragazzo un ‘mafioso’. Poiché all’inizio i soldi non sono molti, finiscono per passare venti ore su un motorino…ma riescono comunque a rimorchiare le ragazze, grazie al fatto che girano armati e appaiono così pericolosi e attraenti.

“Innegabilmente, il mondo della criminalità affascina” confessa, “ed è inutile negarne il potenziale seduttivo, sarebbe come stare al loro gioco”.

Ha poi scelto tre parole per descrivere se stesso: “malinconico, non so come trovare un po’ di felicità nella mia vita, empatico e appassionato”, per poi aggiungere “diffidente, di questi tempi non mi fido di nessuno. Nessuno”.

Sente la nostalgia dei cieli azzurri della sua amata Napoli, delle estati trascorse a Paestum nel Tempio di Nettuno e se potesse scegliere un qualsiasi posto nel mondo per trascorrerci un pomeriggio, andrebbe a Borgo Marinaro. Le sue papille gustative reclamano “il soffritto”, un sostanzioso condimento a base di carne che, giura, è “divino” con gli spaghetti. Ama le luci di NYC, che sente come fosse casa sua più di tanti altri posti dove si è trovato a stare recentemente e confessa che, molto probabilmente, sentirà la mancanza di Washington Square Park una volta rientrato in Italia.

Dopo il nostro incontro, mi trovo a girovagare per il centro di Manhattan con un nuova sensazione, grazie ad un uomo che, solo per un paio di mesi, ha fatto di questa città la sua casa e la conosce già molto più di me. Finalmente capisco cosa intende Saviano quando ammette “mi piace la letteratura che mi travolge, piuttosto che quella che mi aiuta ad evadere”, poiché so già che, dopo una mattinata spesa con lui e il suo libro Gomorra, non sarò più in grado di pensare a nient’altro per molto tempo ancora.

[Articolo originale "The Face of Courage: An Exclusive Interview With Roberto Saviano" di E. Nina Rothe su Huffington Post USA]

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