Megli qui che lì, dico io!

Questi giorni mi sento molto fiera della mia Italia. OK, insomma non siamo il massimo per quanto riguarda la situazione economica, ma non siamo neanche la Spagna o la Grecia. Comunque il mio “pride” è per la cura e assoluta professionalità medica che ho trovato nel mio paese di nascita, in un momento di assoluto bisogno.

Però, come tutte le brave figlie, ho anche da criticare alcune cose della mia madre patria. Infatti, sto trovando una moda nei giornali e quotidiani d’Italia che mi lascia un po sconcertata: una mania per tutto quello che è “American”, un’irrazionale passione per New York, e ciò che proviene dalla Big Apple. Credo che i giornalisti responsabili per questi articoli di amore cieco siano forse un po verdi su quello che è veramente NYC.

Allora, cominciamo da esperienze molto, molto personali. New York è la città dove è meglio scordarsi di ammalarsi. Perchè se lo fai, lì, per sbaglio, puoi dimenticarti i tuoi diritti come essere umano, come anche tutti i soldi che hai lavorato sodo per conservarti. E a NYC si lavora, duro, sempre e senza tregua… Comunque, anche se dovessi avere “health insurance” l’ospedale dove sarai ricoverato troverà una scusa per fare dei test non coperti dalla tua polizza, oppure, in caso estremo ma successo a una persona molto vicina, ti metterà addosso uno stigma dal quale sarà impossibile liberarsi, causando al paziente di dover scappare dall’America disgustata. Si, io a lei l’ho dovuta RAPIRE da due, non uno ma DUE ospedali. Comunque, passiamo ad oltre prima che veramente m’incavolo.

Nella “bella” New York City, da tre anni, c’è inoltre un’invasione di ratti. Grandi come gatti, questi disgustosi animali scavano, ovunque e si costruiscono tane nei giardini più curati, trovando rifugio negli scantinati, e scorazzando senza pensieri nelle palazzine. Se sei fortunato, l’unico incontro che avrai con questa razza di Super-Rat sarà quando, tornando a casa tardi la sera, un di loro ti correrà fra i piedi, ignaro mentre si trasferisce da un mucchio di spazzatura a un altro. Se invece sei come me, e possiedi un piccolo pezzo di terra con un albero, dei fiori, che ami curare e gestire per rendere il mondo un po più bello, dovrai distruggere tutto, rimpiazzare i fiori con lastre di cemento, coprire la terra con reti di metallo fittissime per evitare che la tua oasi di verde diventi un inferno di ratti-babies, cadaveri puzzolenti e cacche/piscie tossiche. Tutto perchè il nostro caro sindaco non crede nella disinfestazione, dato che potrebbe far male a quelle due aquile che sopravvivono in città…

Martedì scorso ho letto un pezzo su La Repubblica, su Harlem, e come è diventata brillante, sicura ed elegante. Strano, ma la Harlem che conosco io, quella che vedo quando vado a trovare la mia amica che vive alla 116a strada, è ancora sporca, deserta e parecchio pericolosa. In più, non ci sono quelle “vetrate scintillanti” di cui parlavano nell’articolo, ma questa mia conoscente si lamenta di non poter trovare neanche un negozietto dove comprare una tazza di caffè la mattina. Certo, ci sono nuovi negozi sulla 125a strada, ma Harlem è rimasto Harlem, distruggendo il carattere vecchio, però non acquistando niente di nuovo. Tipico “Modus Operandi” degli Americani.

Il massimo è stato Federico Rampini, un corrispondente per La Repubblica, che scrive anche un bel blog e una column interessante intitolata “1450 Broadway” sul loro settimanale Venerdì. Ha scritto di un incontro con due donne per strada, sconosciute, che gli hanno sorriso e in quel momento si è sentito George Clooney. Beh, infatti il signor Rampini non è niente male, ma penso che per quelle due di NYC, ce ne siano almeno 50 e più a Roma pronte a sorridergli. Io personalmente non faccio girare più nessuno nella Big Apple, dato che tutti gli uomini sono così occupati a quardare il loro iPhone, tablets e Androids, ma a Roma faccio il volta-volta dai marciapiedi opposti.

Ma vai, ammettetelo, noi in Italia siamo SEMPRE meglio che gli Americani!

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